mercoledì 9 luglio 2014

Cambiare


Molti ricorderanno le parole di una canzone ' ... è uno di quei giorni in cui rivedo tutta la mia vita, bilancio che non ha quadrato mai' e a molti sarà capitato di identificarsi con la protagonista del testo pensando che nulla di ciò che abbiamo fatto fino a oggi, per noi o per gli altri, abbia un senso.
Guardare il passato non ci aiuta a pensare e trovare nel futuro cose migliori di quelle che ci siamo lasciati alle spalle.
Sempre un'altra canzone dice: '... era proprio questa la vita che volevi?' 
E anche a questa domanda sarà capitato di rispondere NO.
Comprendere che sono pochi i progetti, i desideri, le aspettative che avevamo e che si sono concretizzati, può renderci insicuri, depressi, incapaci di pensare in termini positivi.
Cambiare allora, ci sembra che non sia un opzione, ma l'unico modo per compensare a scelte fatte che ci hanno condotto proprio dove non saremmo mai volute andare.
Secondo Carls Rogers, psicologo fondatore della Psicologia fondata sul Cliente, 'Solo se mi accetto come sono, posso cambiare.'
Un errore che si commette spesso, anche se in buona fede, è pensare che sia giusto cambiare l'altro, le persone con cui tessiamo relazioni sia professionali, che più intime.
In realtà noi possiamo solo agire sul nostro comportamento e gli altri non devono cambiare (non per noi almeno) a meno che non lo desiderino. 
L'illusione di poterlo fare è alla base di molti conflitti nella coppia, tra genitori e figli e non solo.
Come mai cambiare, pur riconoscendone il bisogno, è difficile?
Intanto più ancora che cambiare è difficile accettarci per come siamo.
Ci viene più facile incolpare gli altri, attribuire a persone, eventi, situazioni, la responsabilità delle nostre delusioni.
Ci sono ovviamente episodi o esperienze che segnano profondamente la persona, come traumi che hanno come conseguenza l'instaurarsi di un DPSS (disturbo post traumatico da stress) e che necessitano del sostegno di persone qualificate, psichiatri e/o psicologi, ma per la maggior parte delle persone il disagio è più 'risolvibile'.
L'inizio potrebbe essere accettare che il mondo non ci sia debitore.
Nel momento in cui da adulti reclamiamo il diritto di compiere scelte, dovremmo anche essere pronti ad accettare che agli altri lo facciano senza che questo coincida necessariamente con i nostri desideri.
Quindi se nostro figlio decide di fare il meccanico quando noi siamo stimati professionisti oppure l'architetto quando abbiamo uno studio ben avviato di qualunque altra professione, dirci che abbiamo figli non riconoscenti è solo un modo per non riconoscere all'altro il diritto di scegliere.
L'idea di cambiare spesso ci piace solo quando ci convinciamo che esista qualcuno che possa dirci come farlo. Eppure nessuno meglio di noi può sapere di che cosa abbiamo bisogno, cosa ci manca, come potremmo ottenerlo, per quale ragione desideriamo così tanto una determinata cosa.
Cambiare spaventa.
Ci allontana dalla certezze, ci costringe a intraprendere nuovi percorsi, a sentirci inesperti, novelli, coraggiosi. Inoltre tendiamo a pensare che cambiare sia  qualcosa di visibile nell'immediato. Farlo invece richiede tempo, pazienza, costanza. Bisogna mettere in conto la possibilità del fallimento, e allora non rimane che dirci che l'aver fallito una volta, non significa che succerà ancora.
E' come imparare ad andare in bicicletta senza rotelle. La prima volta potremmo anche cadere, ma alla fine pedale in autonomia è possibile.
Un vero cambiamento è fatto di passaggi, di fasi, di momenti.
Ognuno decide quando e come intraprendere il viaggio.
I bagagli sono la costanza, la fiducia in sé, la voglia di sperimentare nuove cose, l'accettare di essere realisti sulle aspettative, darci la possibilità di credere in ciò che vogliamo, osare la relazione con l'altro invece di prenderne costantemente le distanze,  assumersi le responsabilità di parole e azioni potrebbero essere il punto di partenza.
 



 
 
 

 
 

 


 

 

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