giovedì 26 marzo 2015

Quando il lavoro scoppia

C'era una volta in un tempo lontano lontano, l'idea che trovare un lavoro e lavorare fosse il conseguimento di una meta preziosa.
Lavorare significa indipendenza, autonomia, possibilità di condividere con altri, una compagna o un compagno, una moglie, un marito, dei figli, un percorso di vita.
Tutto potrebbe 'funzionare' bene se non ci fosse quel malessere persistente che provato con i colleghi, con le mansioni affidate, con un 'capo' alla lunga assume i contorni nitidi e irritanti del conflitto.
Ed ecco che quello che fino a ieri - il posto di lavoro - era considerato un dono, oggi diventa una gabbia, dove esprimersi, stare con se stessi e con gli altri diviene sempre più faticoso.
Pur avendo iniziato quest'articolo con un 'C'era una volta ... ', pensare alla nostra vita sul lavoro come ad un'esperienza del tutto esente da problemi, delusioni, sofferenze e ostacoli, sarebbe assolutamente irrealistico.
Concreto invece, è cercare di comprendere come il conflitto nasca e si alimenti dalle e nelle relazioni tra 'colleghi'.
Intanto si potrebbe partire dal concetto che il conflitto non è classificabile in modo positivo o negativo, aggettivi che invece andrebbero affiancati al concetto di gestione e risoluzione dello stesso.
Il primo passo allora è accettare che tendiamo a comportarci e a relazionarci  con le persone ed i problemi che nascono dalla relazione con loro, allo stesso modo, sia sul lavoro che nella famiglia e con gli amici, muovendoci tra due estremi decisionali mossi da 'razionalità' ed 'emozionalità.'
La conseguenza è che l'insoddisfazione 'esterna' causi e/o alimenti quelle sul lavoro e viceversa.
Quando questo confine non è ben definito, il conflitto sommerge e paralizza i pensieri generando stress.

 


 

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