giovedì 10 marzo 2016

Piacersi per poter piacere

Mariangela Ciceri - Counselor Professionale Avanzato
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Tra i propositi che spesso ci facciamo, c'è quello di piacersi di più.
Trovarsi belli guardandosi allo specchio, senza giudizi ma accogliendo le parti di noi cambiate nel tempo oppure rimaste le stesse e che da sempre vediamo come imperfezioni, aiuta a piacersi anche dentro.
Insomma, penserete, ci risiamo!
Unica via di scampo per sentirci all'altezza della vita è rafforzare l'autostima.
Ma cosa si può fare, si chiederanno alcuni, se l'autostima temono o credono di non averla mai incontrata?
In molti sanno quale sia il suo significato 'tecnico': è un processo, un modo di essere e pensare che permette di apprezzarsi attraverso una positiva valutazione personale. Ma meno hanno un'idea pratica di come la si individui e la si coltivi.
Un buon inizio sarebbe  avere fiducia nei propri talenti e nelle proprie capacità. Riconoscendoli, non sminuendoli.
Un secondo passo potrebbe essere non consentire agli altri di sminuirci contenendo il bisogno che sentiamo, troppo spesso, di trovare approvazione in loro nelle cose che facciamo.
Segue quindi la necessità di rispolverare un sano egoismo, senza il quale è difficile andare nel mondo, senza eccedere però, senza pensare di essere gli unici ad avere diritti. Cercando invece il giusto confine nella relazione con gli altri, nel rispetto dei nostri bisogni e del bisogni altrui.
Chi tende a non piacere, solitamente attribuisce all'esterno le motivazioni di tale percezione. Pensieri del tipo: se fossi più magra o più alta, se trovassi una donna in grado di capirmi, se il mio capo non fosse così, se avessi più denaro, genitori più autosufficiente, figli meno complicati  ... innescando la convinzione che la soluzione non sia in noi, ma fuori di noi e legata alla decisione o al comportamento di altri.
Per modificare questo comportamento si potrebbe allora incominciare ad osservarsi, ad ascoltarsi  a consapevolizzare  cosa accade in noi (sia sul piano emozionale che razionale) se ci troviamo in determinate situazioni.
Cosa succede quando, insieme a colleghi e amici, pur avendo cose da dire mi sento, inascoltato, oppure incapace di dire ciò che vorrei?
Come mi sento quando sono costretto a confrontarmi con gli altri? Li percepisco sempre migliori? Più all'altezza? Più belli, più intelligenti? Più ...  
Conoscersi veramente non è una cosa facile. Per gli amanti del genere giallo, può essere addirittura una simpatica sfida, perché noi, il modo in cui viviamo, ci comportiamo, reagiamo alla vita è un intricato mistero che la maggior parte di noi, decide di non risolvere mai.
Intanto non ci è facile chiederci come mai, pur riconoscendo il limite di un comportamento, per esempio aggressivo oppure passivo, non facciamo nulla per cambiarlo. Anzi, lo rafforziamo con l'alibi delle credenze. Ciò raramente ci porterà a cambiare l'idea di partenza e consoliderà invece la convinzione, che non siamo noi la causa dei nostri mali, ma lo sono qualcosa o qualcuno esterni.
In realtà viaggiare nei meandri del proprio Sé, se fatto con autenticità e convinzione, ci fa intraprendere un cammino interessante, che ha come meta un migliore relazione con noi stessi a partire dal cambiare quello che di noi non ci piace.
Se al lavoro abbiamo la sensazione che quanto diciamo non sia ascoltato, che le nostre idee non siano mai quelle giuste e che tutti, eccetto noi, siano bravi, cominciamo col riconoscere che non possiamo costringere gli altri a cambiare, ma possiamo modificare il modo in cui noi interagiamo con gli altri e vedere cosa succede.
Se la mia sensazione è di non essere vista, per esempio, posso incominciare a chiedermi: cosa faccio io perché questo accada?
E provare a progettare un piccolo passo verso il cambiamento. Una cosa semplice come anziché arrivare per primi ad una riunione d'ufficio e sedere in disparte,  arrivare in orario, trovare una collocazione più visibile ... ' e vedere di nascosto ...' come diceva una celebre canzone ' ... l'effetto che fa.'
 
 
 immagine da: prossimefermate.it

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