venerdì 8 aprile 2016

Genitori che giustificano troppo i comportamenti sbagliati dei figli


dottor Federico Brajda Bruno
Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche
Laureando in Psicologia dello sviluppo e Comunicazione.
federico.brajda@gmail.com

 

“I genitori di oggi viziano i figli, i genitori di oggi non hanno polso, i genitori di oggi concedono tutto”: quale che sia la variante del tema con cui siete più familiari, è inutile negare quanto simili argomentazioni abbondino.
Non che esse siano prive di valore, anzi: certamente esse fanno da spia a certe modifiche storico-culturali che hanno investito nell’ultimo mezzo secolo e stanno investendo a tutt’oggi l’istituto della famiglia.
Come spesso accadde quando si tratta di temi delicati, tuttavia, il discorso rischia fin troppo spesso di sfociare nell’euristica, nella pedagogia da salotto, e nella sterile polemica, anziché dare adito, come ci augurerebbe, a una critica ragionata. È dunque particolarmente utile, in questi e molti altri casi, fare un passo indietro, sforzandosi di osservare la situazione complessiva da un punto di vista esterno, il più obiettivo possibile.
A tale riguardo, possono esserci di aiuto la psicologia in generale, e la psicologia dello sviluppo in particolare. Ma sarà vero, poi, che i bambini d’oggi si comportano male? E i genitori, prendono forse troppo spesso le loro parti?
In primo luogo, è difficile, anche da un punto di vista meramente clinico, affermare che un bambino si stia comportando bene o male: escludendo a priori (nell’interesse della brevità) tutta una serie di circostanze eccezionali e francamente patologiche che abbracciano lo spettro di maltrattamenti e abusi minorili da un lato e la psicopatologia dall’altro, non esiste una definizione univoca, universale e universalmente condivisa di ciò che è giusto o sbagliato quando si tratta di comportamento.
Quest’ultimo, poi, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, risulta tutt’altro che stabile, o anche solo esclusivamente dipendente da fattori disposizionali interni.
Se è certo che temperamento, personalità, valori, intelligenze e molte altre caratteristiche sostanzialmente stabili giocano un ruolo fondamentale nel determinare la condotta, essa dipende almeno in egual misura da elementi esterni alla persona, quale l’ambiente fisico, sociale e culturale, le relazioni interpersonali, il comportamento altrui.
Anche volendo giudicare un certo comportamento (o una tendenza comportamentale, per meglio dire), non si deve dimenticare quanto essa presenti specifici vantaggi e svantaggi associati alle circostanze esterne.
Un bambino pieno di energie, che non riesce mai a stare fermo e che agisce senza pensare può avere un effetto deleterio durante una lezione in classe, ma essere considerato naturalmente dotato ad esempio per un’attività sportiva.
Ora, da un punto di vista evolutivo, il concetto che più si approssima a quello di comportamento buono o cattivo è il cosiddetto grado di adattamento: un bambino è detto ben adattato (“si comporta bene”) quando riesce ad applicare un comportamento congruo alle circostanze e agli obiettivi che gli è richiesto di raggiungere; viceversa un bambino poco adattato (“si comporta male”) fatica a leggere le situazioni e le aspettative di chi lo circonda, e impossibilitato a selezionare una strategia funzionale mette in atto schemi comportamentali alternativi, chiaramente meno funzionali.
Tendenzialmente, l’adattamento è preferito al disadattamento sia dagli osservatori esterni che dal soggetto stesso: raramente un bambino “prova gusto” (altra aberrante accezione che talvolta circola attorno ai soggetti più dirompenti) a infastidire gli altri, a fare i capricci, e a combinare disastri.
A eccezioni di specifiche forme parafiliche masochistiche, né minori né adulti sono felici di sentirsi urlare contro (o peggio, a seconda dei metodi coercitivo-educativo prevalenti in uno specifico contesto).
Se mi passate una metafora informatica, è possibile intendere i bambini come dei computer il cui sistema operativo è ancora in fase di installazione: l’hardware funziona perfettamente, il software però non è ancora attrezzato per gestire tutte le funzionalità. Se non installate un browser, non ha senso urlare dietro al PC perché non vi permette di navigare su internet.
Similmente, gli esseri umani non dispongono di un sistema morale innato (in fondo, il comportamento “sbagliato” è spesso ricondotto alla violazione di una norma): alla nascita, semplicemente siamo troppo ego-centrati per notare anche solo l’esistenza di altre persone, figurarsi dei loro sentimenti e diritti.
In un secondo momento, che a grandi linee coincide con i primi inserimenti sociali all’asilo e alla scuola materna, apprendiamo che esistono delle regole, elenchi cioè di cose che si possono e non si possono fare: la nostra comprensione delle stesse è tuttavia ancora limitata, potremmo dire prioristica.
La norma non è intesa come una forma di accordo tra soggetti indipendenti e di rispetto verso i diritti dell’altro (non essere picchiato, possedere le proprie cose, ascoltare una lezione) quanto piuttosto di assoluti imposti “dall’altro”, dall’adulto, inviolabili e universali.
Secondo uno dei maggiori studiosi dello sviluppo morale, Lawrence Kohlberg, il raggiungimento degli stadi più elevati di moralità e responsabilità sociale diviene possibile solamente nel momento in cui riusciamo a distaccare la regola dall’autorità, la analizziamo nei suoi elementi costituitivi e ci impegniamo ad assumerne in prima persona la responsabilità di mantenimento.
Tenendo a mente questo, l’errore del bambino da istanza negativa e necessitante una punizione diviene occasione formativa: è un ottimo momento per introdurlo al mondo delle responsabilità morali, per insegnarli che il suo agire nel mondo non è neutro, ma reca con sé delle conseguenze, talvolta negativa, sull’ambiente che lo circonda.
Lo sbaglio può e deve portare a una riflessione, sempre in termini cognitivamente comprensibili al bambino stesso, ed eventualmente a una riparazione del danno causa, laddove possibile.
È facile dunque leggere esattamente dove si inserisca l’eccesso di giustificazione: in una società come quella contemporanea, dove prevalgono gli aspetti edonistico-affettuosi a discapito di quelli etico-disciplinari all’interno della famiglia, è facile imbattersi in eccessi di permissivismo.
Questi ultimi, anche e soprattutto quando rientrano nei confini della “normalità” (contrapposta alla “patologia” in senso clinico) assumono molte forme costituenti motivo di preoccupazione per genitori e professionisti, nonché fonte di intrattenimento ahimè per numerosi reality.
Se l’eccesso di zuccheri e vita sedentaria ha però delle conseguenze ben evidenti sul piano fisico e di (relativamente) immediata attivazione delle risposte, spesso schermare i propri figli da loro stessi e dalle conseguenze del loro comportamento porta a effetti deleteri a lungo termine, più silenti e per lo meno altrettanto difficili da estirpare che qualche chilo di troppo.
Parliamo di quei bambini e ragazzi che, giunti all’adolescenza, il periodo delle scelte riguardanti l’identità per eccellenza, si ritrovano senza alcuna misura, o per lo meno con misure quantomeno limitate/approssimative del Sé sociale e morale: senza dover scomodare certi fatti di cronaca che trovano più ragione in forme psicopatologiche di personalità latenti, parliamo di tutti quei giovani che troviamo senza progetti per il futuro e senza responsabilità per il presente, che anziché cogliere l’occasione di un momento della propria vita che offre occasioni irripetibili di uscire dal quotidiano e sperimentarsi fisicamente e intellettualmente, non riescono a ricondursi entro un orizzonte che motivi e dia valore al proprio agire (perché di valore, nel bene e nel male, il loro agito non ne ha mai avuto per gli adulti che si sono trovati attorno), e che più facilmente possono ricercare una qualche forma di senso, di sostanza nei cosiddetti comportamenti definiti a rischio quali l’abuso di alcol e sostanze, la guida pericolosa, come pure più banalmente l’abbandono scolastico e le varie forme di bullismo.
Come ci ricorda lo scrittore David Gerrold, non esiste diritto senza la responsabilità legata al suo esercizio: tale concetto rimane per me fondamento irrinunciabile della pratica pedagogica.
Checché affermino nichilisti e profeti di sventura, il mondo il cui viviamo è veramente eccezionale: il solo modo che abbiamo per permettere ai nostri figli di sperimentarlo appieno, rimane quello di insegnare loro a prendersene cura, una cura che può cominciare solamente dalle quattro mura del quotidiano.
 
 
foto tratta da: incredibilia.it
 
 
 

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