giovedì 19 maggio 2016

Relazioni che possono «ingrassare»




Mariangela Ciceri
Counselor Professionale Avanzato - ricevo in Alessandria.
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Nonostante per molti relazionarsi rappresenti una fatica quotidiana, siamo «animali sociali» e viviamo di relazioni. Con gli amici, con i conoscenti, con i colleghi, con i genitori degli amici dei nostri figli, con i figli stessi, con il partner, con la cassiera del supermercato che incrociamo più spesso di altre, con dentista e perfino con chi ci taglia la strada.
Quando i rapporti sono superficiali, occasionali, minimi e le regole prevedono che ci possa ritirare dalla relazione, l'equazione potrebbe essere: tu, non mi piaci, mi deludi, mi ferisci = io mi allontano da te.
Una strategia valida che a volte non è possibile o facile mettere in atto e usare.
Pensiamo alle relazioni obbligate con i colleghi, con i superiori, con il compagno, con i figli, con i suoceri, invadenti, giudicanti, inopportuni, sfacciati, arroganti, a cui non possiamo sottrarci.
Di fronte all'impossibilità di ritirarsi, diamo vita a una delle più frequenti illusioni: lui, lei, loro cambieranno. E così mentre si attende che il miracolo avvenga che il capo ufficio ci dica: bravo, che il marito ci riempia di attenzioni, che la figlia si ricordi del nostro compleanno, stiamo fermi, in attesa che gli altri facciano quello che sentiamo e crediamo, essere meglio per noi.
Le attese, come sappiamo, logorano. Il tempo si ferma, ristagna, le aspettative creano ingorghi mentali e ci ritroviamo a dover colmare tempo e spazio.
Mangiare un biscotto, portarsi alla bocca una caramella, non resistere al secondo, terzo, cioccolatino, può aiutare ad aspettare. Può farci sentire meglio. Meno soli. Più forti. Persino più sicuri, perchè ci offrono una consolazione fittizia, ma che in quel momento è l'unica che abbiamo.
Se però siamo nella situazione in cui abbiamo SEMPRE bisogno del consenso degli altri o del loro giudizio positivo per non essere, nella relazione, sottomessi, dipendenti, condizionati allora è bene chiedersi: come e quando è iniziato tutto questo?
Cosa succede in me quando l'altro mi delude? Cosa provo? Quale paure attiva? Come posso sostituire l'aspettativa delusa in modo da riconoscermi io pregi e valori?
Sperare che gli altri ci amino incondizionatamente, quando noi primi non ci riconosciamo il diritto di essere amati, significa consegnare a loro il controllo della nostra vita, con il rischio di perdere il significato che solo noi possiamo attribuirgli.
Il cibo allora diventa il surrogato di quello che vorremmo essere e non siamo, di quello che gli altri dovrebbero darci e non ci danno, ma anche una modalità rapida e meno dolorosa di altre, di mettere a tacere disagi, confitti e bisogni, che varrebbero la pena di essere ascoltati.





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