giovedì 28 luglio 2016

Educare punendo?





Mariangela Ciceri
Counselor Professionale Avanzato
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La maggior parte di noi, mamme e papà, nonne e nonni, educatrici ed educatori, siamo nati e cresciuti in un momento storico in cui l'educare e l'insegnare a 'stare al mondo' è passato anche se non soprattutto attraverso una forma educativa che non risparmiava le punizioni fisiche.
Incontro spesso persone che mi dicono: 'Sono cresciuto o cresciuta a suon di sberle e non sono cresciuta male' e ancora: 'se avessero un genitore che desso loro qualche schiaffone, non sarebbero maleducati come sono.'
Viene spontaneo allora pensare che lo schiaffo e la punizione, usati come mezzo educativo, sia, nel pensiero dell'adulto che li usa, un modo per dire al bambino che ciò che sta facendo o dicendo è sbagliato.
Esempi di interventi 'educativi' ce ne sono tantissimi: la reazione genitoriale davanti a un brutto voto, la disattenzione scolastica che certi insegnanti tentano o sono convinti di poter sanzionare con una nota, ma anche il non aver studiato o eseguito un compito, l'aver rotto il gioco del compagno e tantissimi altri.
Ogni genitore ha il suo modo per educare-punendo che spesso ha delle similitudini con la modalità usata dei suoi genitori per farlo sia di tipo emulativo che opposto a quello subito.
Proviamo a ragionare sul significato della punizione. Secondo il vocabolario è un atto che provoca sofferenza, inteso a correggere una persona o a farle espiare il male commesso.
Non ci sono significati più blandi. Lo schiaffo ma anche l'impedimento all'uso del gameboy provocano sofferenza, quindi si dovrebbe partire dall'assunto che un genitore, un nonno, un educatore crede di poter educare attraverso il dolore fisico o psichico mostrando però il modo 'giusto' di comportarsi.
Quindi il bambino che riceve una sculacciata o una punizione di altro tipo perchè ha rotto la macchina al compagno di giochi, apprenderà che un modo per ridare equilibrio a una situazione (quando qualcuno mi romperà qualcosa) sarà picchiando o castigando.
Per i piccoli, gli adulti, siano essi genitori o insegnanti sono dei modelli. Persone da cui trarre informazioni su come sia giusto comportarsi e su quali concessioni siano considerate socialmente accettabili.
Essere puniti genera dolore, rabbia e frustrazione.
Provoca vissuti emotivi che possono condizionare la percezione di Sè, indebolire l'autostima in un periodo in cui andrebbe invece valorizzata.
Se per comunicare con un bambino di fronte a un comportamento scorretto, useremo urla e punizioni, penseranno che sia quello l'unico modo per stare con chi non fa ciò che riteniamo giusto faccia e reitererà comportamenti simili anche in futuro.
L'altro aspetto negativo di una punizione che non abbia la funzione di educare, ma quella appunto di punire, sta nel fatto che 'ci si abitua' al dolore e alla frustrazione e si cercano modi per 'uscirne' attraverso l'indifferenza, la rabbia, la provocazione.
Resta fermo il punto che i bambini vanno educati.
Occorre insegnare loro cosa è giusto fare e cosa, se fatto, provoca delle conseguenze.
Le punizioni quindi non dovrebbero essere usate con leggerezza, quotidianamente. Se un bambino si comporta in modo così irritante e distruttivo da dover agire ogni giorno una punizione, non è più un problema educativo, ma un problema relazionale.
Punire di fronte a comportamenti gravi e seri, tenendo però conto dell'età, dell'intenzionalità e di cosa, attraverso quel comportamento voleva comunicarci, ha un senso solamente se la punizione è breve, immediata e chiaramente spiegata.
Punirlo oggi per quello che ha fatto a scuola ieri, non ha alcun senso.
Aspettare l'arrivo dei genitori: 'Lo racconterò alla mamma, così si arrabbierà e ti punirà' è ancora peggio.
Fare note perchè non 'sei attento a scuola', al massimo invia al bambino il messaggio del: io adulto non so relazionarmi con te bambino e per riuscire a farti rispettare le mie regole, ho bisogno di un altro adulto che interagisca con te.
Ricordiamo che i bambini, se piccoli, non riescono a collegare causa-effetto e la scoperta del mondo o la difficoltà di capire le emozioni che stanno dietro i loro comportamenti li spinge a fare cose che da adulti vediamo come da punire ma che per loro sono solo azioni.
Dire: 'quarda quello che hai fatto, cattivo!' a un bambino sotto i 6 anni, non ha senso.
Il contesto entro il quale si decide di intervenire per educare può fare la differenza. Mortificarlo di fronte ad altri o in un luogo che lo spaventi, non solo non è educativo, ma crudele.
Immaginiamo noi adulti in una situazione analoga. Ho fatto, sul lavoro qualcosa di sbagliato. Mi viene detto con discrezione che ho agito in modo scorretto oppure mi viene fatto notare di fronte ad altri colleghi, in modo plateale.
Punire inoltre è un rinforzo negativo.
Per educare anziché porre l'attenzione su quello che di sbagliato fanno i nostri figli, si dovrebbe sottolineare ciò che di bello, positivo e creativo fanno.
Invece, purtroppo, diamo le cose migliori per scontate.
Di fronte a un bel voto pensiamo che abbia fatto solo il suo dovere, di fronte a un’insufficienza, pensiamo sia giusto sottolineare l'insuccesso, come se noi, bambini castigati da genitori educati a loro volta a castigare, fossimo adulti perfetti.
Concludo con una frase di Vittorino Andreoli: 'È bellissimo educare, significa tirare fuori e non imporre, come spesso si crede.'










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