venerdì 12 agosto 2016

Discussioni e post che non servono a nulla

Mariangela Ciceri
Counselor Professionale Avanzato
riceve in Alessandria
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Si discute spesso. Le occasioni, d’altra parte non mancano. In coda il solito «furbacchione» che prova a passarci davanti, quel parcheggio puntato da tempo che ci viene sottratto sotto il naso dall’ultimo arrivato, il tuttologo che conosce tutto di ogni argomento e mette in discussione ogni singola parola, che riguarda una professione che magari esercitiamo da anni.
Sui social network chi ha bisogno di un pubblico per le sue esternazioni da onnisciente, ha indubbiamente trovato un buon palcoscenico.
E a voler osservare con distacco, ciò che viene detto, postato, contestato, criticato e giudicato, si potrebbe trascorre il tempo facendosi una discreta idea, di come sia cambiata nel corso degli anni la comunicazione e non mi riferisco ai mezzi, ma piuttosto alla modalità.
Raramente mi faccio coinvolgere da discussioni. Non perché non abbia idee sugli argomenti che sono fonte di controversia, ma perché ho l’impressione che il «confronto» di questo tipo non abbia nulla a che vedere con la voglia di capire il punto di vista dell’altro.
Il fenomeno sociale delle comunicazioni dei social è ormai da tempo campo di interesse della psicologia sociale e sono già stati pubblicati diversi studi in merito, esaustivi, interessanti.
Ultimamente ho seguito alcuni post in cui la discussione imperversava con toni «pesanti» al limite del buon gusto, lontani dal rispetto e mi sono chiesta cosa spingesse le persone all’acidità relazionale.
A parte i polemici per protezione, che se non fossero oppositivi non riuscirebbero a trovare altro modo di stare nelle relazioni e che sono «sostenuti» e «approvati» dai soliti 5-7 amici virtuali che se la contano per giorni e giorni ripetendosi nei concetti e rafforzandosi nella propria autoconvinzione, l’umanità di Fb dà il meglio di sé nell’espressione delle infinite polemiche pseudo-sociali.
Ci mostra come siamo, come non riusciamo più a stare nel conflitto e nella diversità e come sia facile, molto più facile, puntare il dito contro gli altri che riconoscere responsabilità proprie.
Ci sono così persone con le quali discutere è soprattutto un modo per trascorrere il tempo.
Non che sia negativo, purché sia chiaro che non si tratta di un confronto sano e alla pari, perché l’altro, non è capace di tornare sulle proprie posizioni. Sono quelli che vogliono sempre l’ultima parola, nel caso dei social network, l’ultimo post.
La comunicazione richiedere una discreta capacità di gestire le emozioni per non cadere nella trappola della provocazione e della generalizzazione.
È tuttavia vero che a volte il nostro interlocutore usa parole o frasi che a noi risuonano in modo allarmante, ponendoci in una situazione di difficile. Qualche tempo fa accettai l’amicizia di un uomo. Avevamo amicizie in comune e seguivo ciò che scriveva senza interloquire con lui con qualcosa di più di un «mi piace». Insomma era una di quelle amicizie virtuali come ce ne sono tante. Un giorno però leggendo un suo post mi venne una gran voglia di rispondere per le rime (stile che non mi appartiene neppure quando faccio la giornalista, figuriamoci da counselor) e le feci, provocando una brutta reazione da parte sua.
Le conseguenze furono la cancellazione dell’amicizia (lui, cancellò me). Provai un senso di irritazione, perché non è la modalità che uso per gestire le relazioni, ma gli riconobbi il diritto di farlo e l’episodio, con il passare del tempo, venne quasi del tutto dimenticato. Finché un giorno, mettendo a posto vecchie fotografie a casa di mia madre, ne trovai una, scattata all’epoca del liceo e compresi perché quel post, a cui avevo risposto con aggressività, era stato per me così significativo. L’uomo in questione, me ne aveva ricordato un altro, un professore con cui non avevo avuto buoni rapporti e ciò aveva, probabilmente innescato, la mia esagerata reazione.
Sul social questo avviene continuamente. Immagini, modi di dire, giudizi… tutto si mixa tra passato e presente risvegliando ricordi e creando rotture verso questi amici che ci ricordano «persone» che in passato hanno creato strappi mai ricuciti.
Allo stesso modo chi punta il dito verso: l’obesità o la magrezza, il vegano o l’onnivoro, il genitore o l’insegnante, il bambino o l’anziano, l’animale o l’uomo… spesso sta conducendola sua personale battaglia verso cicatrici interiori. È così fortemente orientato nel proteggersi da non riuscire ad «ascoltare», da non essere nella condizione di accettare la posizione dell’altro.
Rinunciare a discutere con loro, quando possibile, equivale ad aiutarli a non perdere l’equilibrio costruito attorno al loro mondo fatto di parole che non possono permettersi di mettere in discussione.
 
 
 
 
 

 
 
 
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