mercoledì 21 settembre 2016

Mi specchio, mi osservo, mi piaccio.


Mariangela Ciceri
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Se già il contesto sociale in cui viviamo non era di grande aiuto a chi, per ragioni diverse, non si sentiva in «pace» o in «sintonia» con il proprio corpo, i social con la pubblicazione di immagini e giudizi sono diventati spietati aguzzini di autostima.
Così, quasi senza accorgercene, un giorno passando accanto allo specchio, oppure vedendoci in una fotografia avvertiamo una discrepanza tra ciò che siamo e ciò che ci immaginavamo di essere o saremmo volute essere.
Qualunque sia la nostra immagine, bella o brutta, il punto sta nel non percepirsi da dentro, ma essersi abituate a vedersi attraverso gli occhi e i giudizi degli altri.
Poco importa quali siano, tant’è vero che ci sono donne piacevoli, con un corpo delizioso convinte di essere goffe ed altre che di sé vedono solo i difetti, incapaci di dare valore a qualità fantastiche.  
Scattano così quei comportamenti «punitivi» utili a darci la colpa per non essere come noi vorremmo o come gli altri si aspetterebbero che fossimo.
Perché la lista di persone da accontentare può essere pericolosamente lunga. Ci sono i genitori che non possiamo deludere opporre ai quali dover dimostrare di valere più di quanto ci hanno fatto credere che valessimo; partner scelti con la convinzione che ci avrebbero sostenute, aiutate, capite, ma che hanno solamente confermato e rafforzato le nostre indecisioni; colleghi a cui succede sempre qualcosa di meglio di quanto succeda a noi e nonostante questo, sono sempre pronti a contestare, giudicare, inveire contro le nostre azioni.
Imbrigliate in una quotidianità nella quale si ha più la sensazione di sopravvivere che di vivere, cercare e trovare sollievo in qualcosa è naturale specie se, come scrive Nella Living: «l’immagine di sé che si vuole accreditare presso gli altri rispecchia un modello di ideale perfezione, di brava figlia (o figlio), di brava moglie (o marito), di brava dipendente, di brava in qualsiasi campo sia richiesta la perfezione.»
Se dipendiamo fortemente dal giudizio degli altri, potremmo essere «condannati» a sviluppare altre forme di dipendenza: dal partner, dal cibo … sempre alla ricerca dell’estenuante accettazione di sé, del piacersi.
Comprendere cosa ci spinga verso la ricerca di consensi, è un viaggio, un viaggio in un groviglio di ricordi ed emozioni, alla fine del quale: «Il conoscersi e riconoscersi consente di sperimentare altre vie di comportamento più adulte e mature (…) chiarendo il legame con la nostra parte bambina»1 quella che ci spinge a cercare l’approvazione esterna ma che dovrebbe invece essere dentro di noi.
 
1 Nella Living introduzione a Donne che mangiano troppo di Renate Gockel ed. Saggi Universale Economica Feltrinelli     
 

 
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