mercoledì 9 novembre 2016

Le parole da non dire ai propri figli.



Parte seconda

 

Non piangere, ormai sei grande, i grandi non piangono – sebbene frasi di questo tipo si sentano meno che in passato, almeno pubblicamente, alcuni genitori le hanno pronunciate almeno una volta, con motivazioni e finalità differenti.
A nessuno piace vedere il proprio figlio in difficoltà.
La maggior parte degli adulti inoltre fa fatica a gestire o a relazionarsi con stati d’animo specifici che li riporta a vissuti spiacevoli e il pianto è uno di questi.
Può essere naturale quindi cercare una soluzione per uscire da uno stato di disagio. Dire a un bambino di smettere di piangere però invia il messaggio: non sopporto il tuo dolore, la tua delusione, la tua reazione.
Concetti che non è in grado di comprendere spesso proprio come non è in grado di dare un nome all’emozione che sta provando, al dolore che sta sentendo. A seconda dell’età inoltre può vivere contestualmente allo stato d’animo espresso, confusione e paura per quanto accaduto, per quanto sta per accadere ma anche la profonda solitudine con la quale sta vivendo qualcosa che non è in grado di esprimere in altro modo.
Riconoscere la propria difficoltà di adulto e, senza minimizzare o esagerare la situazione, aiutarlo superare la situazione è sicuramente più educativo che imbavagliare il modo di farci vedere come sta.
I motivi per cui i bambini piangono non sono poi così diversi da quelli per cui piangiamo noi.
Ben peggiore invece è l’atteggiamento di chi cerca di far passare il messaggio che «gli uomini» o «i grandi» non piangono. Oltre ad essere falso, e i bambini sono molto più attenti e recettivi di noi a «registrare» le nostre incongruenze, questo atteggiamento li spinge verso una «chiusura comunicativa».
Le emozioni non andrebbero mai negate.
Mostrare debolezza o paura è sinonimo di umanità, maturità ed empatia. Credere che crescendo si possa controllare il bisogno di disperarsi o avere paura è irreale. Pretendere che i nostri figli imparino a non essere autentici, ingiusto.
 

Se non smetti di comportarti male ti metto in castigo o ti sculaccio – personalmente non credo più di tanto nei castighi e non credo affatto nell’utilità delle sculacciate.
Nel primo caso, penso che possano avere un senso se distribuiti con altrettanto senso. Se la mia relazione di genitore si struttura sulla «erogazione» di quattro- cinque castighi al giorno, è bene porsi qualche domanda.
Inoltre l’uso spropositato e costante di punizioni ne vanifica significato e funzione. Meglio allora cercare di comprendere come mai ci sia il bisogno di usarle. Quale aspetto educativo e relazionale tra noi e il bambino ci mette in difficoltà generando una tensione e uno stress che tentiamo di controllare attraverso la punizione.
Rispetto alla sculacciata, non ho dubbi, ma il discorso è più complesso.
Sono molti ormai gli studi fatti che ne hanno dimostrato non soltanto l’inutilità sul piano educativo, ma soprattutto la loro pericolosità sul piano relazionale.
Elizabeth Thompson Gershoff della Columbia University[1] in una ricerca ha dimostrato che il bambino «sculacciato a fini educativi» può, fra le altre cose, sviluppare comportamenti aggressivi verso i pari.
Ci arrabbiamo, giustamente, se vediamo picchiare un animale, ma riteniamo educativo e ci voltiamo ancora troppo spesso dall’altra parte, quando vediamo farlo sui bambini.
Se educare significa aiutare qualcuno a crescere mostrandogli soluzioni difronte a comportamenti o situazioni ritenute inappropriate, facendolo attraverso la violenza, perché possiamo illuderci che picchiare qualcuno sia un gesto educativo ma invece è violenza, stiamo solo legittimando l’uso di comportamenti simili.

Sempre secondo Elizabeth Thompson Gershoff le sculacciate generano rabbia, paura, solitudine e confusione. Umiliano, rendono insicuri, abbattono l’autostima, generanno stress.

E per quanti, leggendo questo articolo penseranno: 

1.   Siamo cresciti tutti prendendoci qualche sberla e siamo cresciuti bene

2.   Oggi che si picchia di meno i giovani e i bambini sono tutti maleducati 

invito a riflettere su:

a.   molti degli adulti che oggi sono «violenti» sono stati bambini vittime di sculacciate

b.   spesso quando un genitore alza le mani sul figlio, sta agendo una rabbia in realtà verso di sé, per non essere capace di relazionarsi e proteggere il bambino che ha davanti

c.    chi usa la sculacciata non ha alcuna credibilità verso il figlio, se non la violenza. Non sa stabilire regole e farle rispettare, non gli viene riconosciuto alcuno ruolo di «superiorità». Può anche essere grande e forte, ma quella sberla starà solo a dimostrare che senza le mani non avrebbe potuto ottenere nulla

d.   le sberle hanno conseguenze sulla crescita emotiva del bambino, non si esauriscono con un abbraccio idealmente compensatorio e con frasi del tipo: se continuerai a comportarti così ne arriverà un altro.

e.    alcuni studi hanno riconosciuto e documentato un legame tra le sculacciate sul sedere nell'infanzia e il successivo sviluppo di desideri e comportamenti sessuali innaturali[2]

 

 


 Copyright © 2016 Mariangela Ciceri  - L'autore non è responsabile per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post. Alcuni testi o immagini inserite in questo blog sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo via e-mail, saranno immediatamente rimossi.

 




[1] Corporal Punishment by Parents and Associated Child Behaviors and Experiences: A Meta-Analytic and Theoretical Review
[2] JORDAN RIAK http://www.nospank.net/pcss.htm

Nessun commento:

Posta un commento