mercoledì 16 novembre 2016

Quel bisogno di un «Mi piace»


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Anche i più cauti, diffidenti e «resistenti» alla fine ci cascano ed ecco che sulla loro pagina, un possesso molto irreale, vengono postate «cose».
Fb e altri social piacciono perché ci danno la possibilità di mostrarci non come siamo, ma come vogliamo che il mondo ci veda.
Pubblichiamo pensieri, ecografie e necrologi, scriviamo frasi, raccontiamo vissuti, concediamo frammenti di «intimità»: a letto, in spiaggia, sotto la doccia, mentre soffiamo le candeline.
Mostriamo le porte di casa, o i giardinetti e le scuole dove portiamo i nostri figli, li priviamo di ogni diritto di privacy sacrificando immagini e parole in nome di qualcosa che senza il «Mi piace» del mondo falsato dei social, sarebbe vissuto in solitudine.
Questo fenomeno, ormai dilagante, ha due aspetti: quello di sicurezza e quello di relazione.
Rispetto alla sicurezza, si è detto tanto, tutti i giorni, e a farlo non sono state le comari di quartiere ma la Polizia Postale e chi si occupa di tutela minorile, senza che questo abbia minimamente fatto pensare al rischio concreto e non fantasmatico, insisto nel postare immagini di bambini sui social.
Lo dobbiamo fare.
Abbiamo bisogno di esistere e di essere visti come genitori (pazienti, perfetti, disponibili, sorridenti, in difficoltà e altro) da chi non ci può vedere.
Abbiamo bisogno di quella frase che rafforza la nostra autostima.
Di quel pollice azzurro sollevato che ci fa sentire al centro dell’attenzione, per una frazione di secondo, ma al centro.
Però essere personaggi pubblici, perché è questo che i social ci hanno dato la possibilità di diventare, ha degli aspetti negativi.
Ciò che è pubblico non si cancella così le persone si arrabbiano: perché sono stati clonati i loro profili, perché si sono usate le foto dei loro figli per scopi illegali, perché il peggior nemico ci scruta da lontano e scopre cose che, avremmo voluto tenere «segrete» e che per questo le abbiamo postate.
Ecco quindi partire i post con proposte di «taglia e incolla».
Irrealistiche e così retoricamente banali da conquistare, ovvero il modo in cui gli utenti chiedono ai propri amici di non prendere per vero un eventuale loro video hard, o messaggi offensivi, come se, in una relazione autentica, tra adulti, ci fosse bisogno di dirlo.
Personalmente spero che se i miei colleghi e i miei amici ricevessero qualcosa di simile, avrebbero il buon gusto di comunicarmi cosa sta succedendo e in ogni caso non mi sentirei nella condizione, con loro, di garantire che l’idea non è partita da me.
L’altro aspetto è quello relazionale.
I «mi piace» ci servono per esistere, socialmente parlando, è il modo in cui collezioniamo consensi.
Può così accadere che sui social mostriamo o nascondiamo quello che nella vita reale non possiamo nascondere o mostrare.
Cerchiamo confronti, conflitti.
Osiamo dire e ribattere, ignorare e fuggire da quello che piace e non piace. Esterniamo emozioni, sentimenti, punti di vista e soprattutto giudizi, forti del controllo che abbiamo sulla relazione.
Se quell’«amico» dice e pensa cose che non mi piacciono, basta un click e scompare.
Come in un video gioco dove le vite si perdono e si riacquistano con un colpo di mouse. Via un amico, ne troveremo un altro.
Resta ferma una realtà che è difficile accettare: se non voglio che le mie foto, quelle dei miei figli siano rubate, ho un solo modo per evitarlo, non pubblicarle. Così come non andrebbe pubblicato nulla che non ci riguarda in prima persona. Non solo per tutelare la privacy altrui, ma perché la prima responsabilità che abbiamo da adulti è quella di mostrare ai ragazzi che la vita non è fatta di video e di foto da donare al mondo.  
 
 
 
 
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