martedì 24 gennaio 2017

Relazioni che appesantiscono e strategie per evitarle.


Nella nostra rosa di conoscenze ci sono persone del tutto incapaci di vivere con leggerezza, costantemente avvolte da percezioni catastrofiche che trasformano in lamentazioni senza fine.
C'è chi è insoddisfatto della vita famigliare, chi dei figli, chi del lavoro, chi dei genitori, chi dello studio, chi del governo, chi del modo in cui le persone si vestono, viaggiano, amano e c’è perfino chi tiene una sorta di taccuino mentale aggiornato per raccontarci alla prima occasione, quante persone sono morte, come e quante hanno patologie tanto serie da ipotizzare che lo faranno presto.
Nessuna informazione sui nuovi nati chi ha raggiunto un obiettivo importante, chi ha avuto successo in qualcosa.
Così, sarà successo almeno una volta a tutti, che vendendole da lontano o incrociandole alla cassa del supermercato, si pensi: «di che si lamenterà questa volta?» e se siano in una di quelle giornate in cui non vogliamo farci condizionare dal malessere dell’altro, cambiamo strada, perché le persone che si lamentano, alla lunga stancano a meno che non siamo  anche noi quel tipo di persona.
Alla base di questa modalità di comunicazione (la lamentazione ad oltranza), c’è il bisogno di sottolineare e rimarcare una posizione di vittimismo, atteggiamento che conduce alla passività di fronte agli eventi, alla rinuncia della ricerca di soluzioni.
Secondo William Yule psicologo clinico e docente di psicologia applicata a Londra, «attribuire la colpa di cosa non funzioni a dinamiche interne, peggiora la percezione di autoefficacia e autostima, attribuirle a situazioni esterne allontana dalla possibilità di cercare il modo per contenerle».
La giusta dimensione, quindi, sembrerebbe essere quella di un corretto esame di realtà che ci faccia capire quanto, di ciò che percepiamo come negativo, dipenda da noi, e quanto invece da ciò che non possiamo controllare.
In ogni caso, anche di fronte a una situazione oggettivamente - almeno in apparenza - incontrollabile (un esame andato male, una relazione finita, un lavoro che non gratifica...) la visione che abbiamo di noi gioca un ruolo determinante.
Convincersi di non poter fare nulla ci fa sentire incapaci, passivi, controllabili, non protagonisti delle nostre scelte.
La conseguenza più immediata, per chi è solito ricorrere a questo tipo di reazione, è la lamentela che a sua volta allontana le persone e la possibilità di confrontarsi con altri in modo obbiettivo e maturo.
Anche riuscire ad attirare l'attenzione su di noi, perché abbiamo più volte raccontato quanto sia difficile la nostra realtà, alla lunga non paga poiché, inconsapevolmente sappiamo, che dovremmo essere accettati per quello che siamo, per le nostre qualità e non per le nostre debolezze.
Il bisogno di consolare, in presenza poi di qualcuno che da vittima, cerca solo la consolazione, rischia di innescare una sorta di relazione compensante (sia per la vittima che per il salvatore) senza fornire però alcuna soluzione al disagio.
Anzi, se da un lato il salvatore, si sentirà «appagato», dall'altro, la vittima, finirà con sentirsi sempre più dipendente e ancorata alla comunicazione lamentosa, allontanandosi dalla possibilità di identificare una soluzione duratura e funzionale. 
Che fare?
Dipende dal tipo di relazione che ci lega a chi non riesce a fare altro che comunicare la propria negatività rispetto al mondo che lo circonda.
Una soluzione potrebbe essere quella di ridimensionare il contenuto del messaggio inviato.
«Va tutto male! Non c’è più nessuno che è onesto! I giovani sono tutti delinquenti!» può essere fonte di conversazione solo se dalla generalizzazione si riesce a puntare il focus sul particolare: «Cosa esattamente va male? Chi non è stato onesto con te? A chi ti riferisci quando dici che tutti i giovani sono delinquenti?»
Ma se la relazione che lega ai «lamentosi ad oltranza» è solo l’incontro occasionale in posta o in attesa dell’ascensore, meglio fare due passi e cambiare ufficio (se il tempo che abbiamo a disposizione lo consente) e prendere le scale, ne gioveranno sia la salute fisica che psichica. E non sentiamo in colpa, perché chi «esprime lamento accompagnato da lamenti» troverà rapidamente qualcuno sul quale riversare il proprio disagio.  
  
 
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