martedì 16 maggio 2017

Quando «lamentarsi» crea il vuoto attorno a noi.

dott.ssa Mariangela Ciceri
Laurea in Scienze & Tecniche Psicologiche
Counselor Professionista Avanzato
riceve in Alessandria
per appuntamenti telefonare al 347.58.74.157
 
 
Sarà capitato a tutti di incontrare qualcuno che conosciamo e che da sempre alla domanda: «come va?» risponde con una serie di lamentele.
C'è chi è insoddisfatto della vita famigliare, chi dei figli, chi del lavoro, chi dei genitori, chi dello studio... e chi più ne ha, più ne metta.
E sarà anche capitato, incontrandolo o intravedendolo da lontano di pensare: «di che si lamenterà questa volta?» se non addirittura di cambiare strada per evitare di parlargli perché le persone che si lamentano, alla lunga stancano.
Ciò che è alla base della loro principale modalità di comunicazione è il bisogno irrinunciabile di vittimismo, atteggiamento che inevitabilmente conduce alla passività e alla rinuncia della ricerca di soluzioni.
Secondo William Yule psicologo clinico e docente di psicologia applicata a Londra, attribuire la colpa di cosa non funzioni a dinamiche interne, peggiora la percezione di autoefficacia e autostima, attribuirle a situazioni esterne allontana dalla possibilità di cercare il modo per contenerle.
La giusta dimensione, quindi, sembrerebbe essere quella di un corretto esame di realtà che ci faccia capire quanto, di ciò che percepiamo come negativo, dipenda da noi, e quanto invece da ciò che non possiamo controllare.
In ogni caso, anche di fronte a una situazione oggettivamente - almeno in apparenza - incontrollabile (un esame andato male, una relazione finita, un lavoro che non gratifica...) la visione che abbiamo di noi gioca un ruolo determinante.
Convincersi di non poter fare nulla ci fa sentire incapaci, passivi, controllabili, non protagonisti delle nostre scelte. La conseguenza immediata, per chi è solito ricorrere a questo tipo di reazione è la lamentela che a sua volta allontana le persone e la possibilità di confrontarsi con altri in modo obbiettivo e maturo.
Anche riuscire ad attirare l'attenzione su di noi, perché abbiamo più volte raccontato quanto sia difficile la nostra realtà, alla lunga non paga poiché bisognerebbe essere accettati per quello che siamo, per le nostre qualità e non per le nostre debolezze.
Il bisogno di consolare, in presenza poi di qualcuno che da vittima, cerca solo la consolazione, rischia di innescare una sorta di relazione compensante (sia per la vittima che per il salvatore) senza fornire però alcuna soluzione al disagio.
Anzi, se da un lato il salvatore, si sentirà «appagato», dall'altro, la vittima, finirà con sentirsi sempre più dipendente e ancorata alla comunicazione lamentosa, allontanandosi dalla possibilità di identificare una soluzione duratura e funzionale. 
 
  
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