giovedì 12 luglio 2018

Quel giudizio che ferisce e arriva dal passato.

dott.ssa Mariangela Ciceri
Counselor Professionista Avanzato
ricevo presso il Centro Umanistico in via Pisacane, 29 - Alessandria
cell: 347.5874.157
E-mail: cicerimariangela@gmail.com


Il processo di socializzazione nella prima infanzia avviene grazie a una continua e costante interazione con le persone e l'ambiente.
Attorno ai 24 mesi il bambino ha già acquisito tecniche sociali che saranno la base dei successivi inserimenti con il mondo dei pari e degli adulti.
Tra gli apprendimenti che accompagneranno la sua crescita vi sono:
  • i sentimenti
  • l'eliminazione o il contenimento di comportamenti «negativi»
  • il riconoscimento delle emozioni
  • il controllo dell'aggressività
  • la distinzione tra ciò che è reale e ciò che è concreto
  • le regole per la condivisione di spazi sociali

Le figure adulte di riferimento sono parte integrante di questo percorso, il loro giudizio, l'arma o la risorsa migliori.
In che modo tutto ciò può condizionare la percezione che abbiamo di noi, in adolescenza o età adulta?
Se ci avranno detto o dimostrato che siamo bambine e bambini «speciali», unici, accettabili e degni amore, saremo in grado di affrontare il mondo con un bagaglio di autostima sufficientemente valido.
Se invece saremo stati vittime di figure severe, anaffettive, contraddittorie, scarsamente empatiche e poco inclini al confronto, avremo serie possibilità di incappare da adulti in difficoltà difficili da superare.
Al di là delle responsabilità genitoriali e delle figure di caragiver, aver avuto attorno a noi, in un periodo importante della nostra crescita, persone sminuenti, non significa essere condannati a una vita senza autostima.
Un modo per tentare di uscirne è riflettere sul contesto educativo nel quale siamo cresciuti e in che modo ci abbia resi eccessivamente sensibili al giudizio.
Un buon punto di partenza è il riconoscere che il mondo è pieno di persone che si sentono viste, vive e realizzate solamente sminuendo l'altro, contestando ogni loro singolo comportamento, pensiero, proposta.
Ovviamente hanno i loro vissuti che li ha portati a relazionarsi in un modo così particolare, ma NOI non dovremmo metterli e lasciarli nelle condizioni di nuocerci più di tanto.
Quando e se succede di incontrare giudici elargenti in abbondanza valutazioni su ciò che siamo e facciamo, proviamo a chiederci quale sia la nostra reazione di fronte a loro frasi quali: 
  • Ancora una volta non hai capito niente! 
  • Ti accontenti di poco, non sai cosa sia l'ambizione. 
  • Quando ti ho conosciuto, pensavo avresti fatto grandi cose e invece...
  • Sei un fallito proprio come...'

Chiedetevi allora che emozioni provate. Quali sono i ricordi che affiorano, le paure che non riusciamo ad esprimere tenendo presente che il dolore per le cose dette, potrebbe essere attivato da esperienze del passato e, rivivendole, si potrebbero trovare conferme a quei giudizi ricevuti nell'infanzia, che ci hanno resi fragili alla critica perché, ciò che l'altro pensa di noi, riuscirà a farci male solamente se colpirà quel bambino a cui nessuno ha detto con sufficiente convinzione: 'tu vali! Ed io posso amarti per come sei!'
E così, probabilmente proprio come si faceva allora, feriti, da un giudizio che non comprendevamo, ci si chiude nel proprio senso di inefficacia, ci si sente, a seconda dei casi e di chi ci ha contestati, inadatti, feriti, delusi, addolorati, ma sempre profondamente soli.
Trovare un sostegno per trovare un equilibrio può essere un modo per recuperare il meritato valore di se stessi.
E nel caso sia difficile stare con chi invece di autostima probabilmente ne ha molta, non dimentichiamo che anche in questo caso esiste il rovescio della medaglia: l'autostima ipertrofica
Chi ne è affetto è certo di essere sempre nel giusto, così sicuro di sé da perdere di vista chi ha di fronte ma anche perennemente in balia di disprezzo, presunzione e solitudine.


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